In mostra la nascita dei rapporti tra Italia e Giappone



“Dall’oblio è riemerso un ritratto. È un giovanissimo giapponese ed era il 1585 quando Domenico Tintoretto, figlio del più famoso Jacopo, lo dipinse a Venezia, approfittando della sua presenza in laguna in rappresentanza di un popolo misterioso ed affascinante che gli italiani avevano cominciato a scoprire grazie a Il Milione di Marco Polo e di cui, proprio in quegli anni, imparavano ad amare la cultura raffinatissima e millenaria.
È il ritratto di Ito Mancio, un giovanissimo quattordicenne che nell’isola di Kyushu si era convertito al cristianesimo grazie ai Gesuiti e che, sempre grazie a loro, era arrivato in Italia insieme ad un gruppo di altri giovanetti che avrebbero dovuto fare da ponte tra i due paesi. Roma e l’Italia, allora, erano il centro del mondo cristiano, e i gesuiti volevano che l’impatto forte della culla della cristianità tornasse indietro a far proseliti in Giappone grazie alle impressioni suscitate dal nuovo mondo sui giovanissimi giapponesi in viaggio in Europa.”
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