Il ventennio perduto del Giappone e il nostro futuro



"Nel 1979 il Giappone sembrava l'unica economia di successo. Poi ci fu la grande crisi, il "ventennio perduto", l'enorme debito pubblico, il declassamento a terza economia del mondo. E le cose non sono state sistemate dall'Abenomics, certo. Robin Harding del Financial Times ha scritto un lungo articolo in sei punti per spiegare come alcune economie che si trovano in difficoltà, oggi, sono "stranamente silenziose" su uno dei paesi che è riuscito in qualche modo a sopravvivere alla crisi - e quello che potrebbe insegnarci. Non è un tema nuovissimo: in molti credono che non sia possibile prendere il Giappone a esempio, se non altro perché le politiche economiche e sociali, la deflazione, hanno portato in qualche modo a un disastro demografico. L'immigrazione, poi, praticamente non esiste, e in questo la geografia unica del Giappone è determinante - e non replicabile".
Così scriveva Giulia Pompili sulla newsletter Katane - come sempre interessante -  del 5 agosto 2017.

Se siete interessati alla questione segnalo che questo è uno dei temi affrontati più volte anche da Vittorio Volpi nei suoi articoli e nei suoi libri, e l'approccio di Volpi sembra diverso. In particolare nel suo ultimo  libro "Giappone delle Meraviglie" scrive: "è possibile che il passato ventennio perduto del Giappone sia il nostro futuro? È di questa opinione, per esempio, il Nobel per l’economia Paul Krugman, che già nel 2010 scriveva sull’ International Herald Tribune : «Nel corso degli anni novanta, il Giappone ha fatto le prove generali per la crisi che ha colpito gran parte del mondo nel 2008»
Aggiunge Volpi: "Il Giappone, nonostante gli anni bui, è comunque riuscito con successo a mantenere un alto tenore di vita della popolazione con un reddito pro capite a oggi di 37.800 dollari secondo il World Factbook 2015 della CIA. Un dato significativo inoltre riguarda l’aspettativa di vita dei giapponesi che fra il 1989 e il 2009 è cresciuta di 4,2 anni passando da 78,8 anni a 83 anni (...) Il Giappone non è, soprattutto in confronto alle economie occidentali, afflitto da un’emergenza occupazionale. (...) un totale scollamento fra i numeri, le analisi e i grafici che sono stati mostrati sui decenni perduti del Giappone e la realtà dei fatti, tangibile a chiunque arrivi nell’arcipelago per trascorrere un po’ di tempo. L’osservazione empirica mostra un paese civile, pulito, ben amministrato dove sul piano della qualità della vita non sembra esservi nulla da invidiare né all’Occidente, né ad altre capitali asiatiche."

Questo punto di vista è stato ripreso dal recente lavoro di Walter Ruffinoni "Il codice del futuro", che cita più volte Volpi. Ruffinoni sostiene "È altrettanto attuale che il Giappone, nonostante un’eredità culturale che lo blocca nei cambiamenti, stia provando a rialzare la testa grazie ai programmi di riforme dell’attuale primo ministro Shinzō Abe. La sfida è interessante, perché poggia su un nuovo modello di sviluppo «postcrescita», basato su sostenibilità sociale ed economica, più rispettoso dell’ambiente e dei valori comunitari. Un modello che riteniamo utile tratteggiare nella sua evoluzione storica per capire se e come possa risultare valido per paesi come l’Italia, in cerca anch’essa di un’identità postindustriale". Per Ruffinoni "Il nuovo modello Giappone può diventare ricco di spunti interessanti e complementari al nostro percorso di innovatori europei, dai tratti più creativi e mediterranei".

Se questo tema vi interessa segnalo infine anche questo articolo New York Time

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